La riforma gluckiana
Christoph Willibald Gluck nasce in Baviera nei 1714 e muore
a Vienna nel 1787.
Poco sappiamo degli studi musicali compiuti in patria e poi
a Milano, che lo portarono comunque, per molti anni, a conformarsi
allo stile melodrammatico tradizionale, attingendo dai modelli
italiano e francese: recitativo secco senza accompagnamento
musicale, intreccio di numerose trame, netta distinzione
dall’aria, separazione stilistica tra l’ouverture
e l’atmosfera dell’opera; in quel periodo inoltre,
l’opera tendeva unilateralmente al bello assoluto,
alla purezza, all’emozioni trascendenti delle grandi
figure storiche e mitologiche, agli accenti nobili tipici
del mito greco.
Ma un incontro decisivo doveva invece cambiare il corso della
storia musicale tracciando nuove vie di utilizzo espressivo
della musica: al tempo Gluck lavorava al servizio del
Sovrintendente dei teatri di Vienna, Giacomo Durazzo che
gli commissionò la traduzione in opera di un poema,
Orfeo e Euridice, realizzato da un navigato faccendiere livornese,
Ranieri de’ Calzabigi.
Il libretto era scritto con inusuale stringatezza, e privo
di tutti gli eventi ed intrecci secondari tipici dei lavori
dell’epoca, favoriva l’emergere dei protagonisti
ed affilava, penetrandoli, i sentimenti portanti della vicenda:
il terrore ed il dolore.
Gluck da parte sua ebbe una prima occasione per affrontare
il contrasto fra il bello ed il vero in musica, infrangendo
le rigide leggi della musicalità a favore di espressioni
utili al contesto drammatico, e nel corso di alcuni anni
ha tradotto le sue idee in una autentica rivoluzione: l’elaborazione
di un unico concetto ispiratore ed una costante linea di
costruzione che parte fin dall’ouverture,
nuovo risalto ed ampiezza ai recitativi, arricchiti dall’accompagnamento
musicale, la mancanza degli abbellimenti canori dei cantanti
a favore della definizione del sentimento, una inedita valorizzazione
del coro assunto a rango di vero personaggio all’interno
della vicenda e che partecipa attivamente al completamento
espressivo, un sintetico percorso narrativo che mantiene
in risalto la principale architrave dinamica della storia,
il tentativo di entrare nel profondo dei “veri” sentimenti,
disegnandoli con una musica precisa e senza ornamenti superflui.
Nuovi tratti che ritroveremo utilizzati dai grandi maestri
dell’ottocento.
Umberto Zanobetti
(Fonte L'opinione)
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© Umberto Zanobetti
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