Giovanni Battista Pergolesi
Esiste un momento esatto nel quale l’Intermezzo
comico si trasforma in Opera comica, il momento in cui i caratteri
affrettati della trama vengono tradotti in ben congegnate storie
e la superficialità con cui si disegnano i caratteri psicologici
dei personaggi si traduce in ragionati prototipi, riflesso della
colorata varietà umana: il 28 agosto del 1733 al Teatro
San Bartolomeo di Napoli il 23enne Giambattista Pergolesi presenta
il suo melodramma serio “Il prigionier superbo” e,
come in uso all’epoca, prepara una storia divisa in due
intermezzi comici da offrire al pubblico nelle pause tra gli
atti dell’opera, che chiamerà “La serva
padrona”.
Il fragoroso successo che questa rapida ma succosa commedia riportò nelle
sale napoletane si spostò come un’onda d’urto,
rivelando d’un tratto come il gusto acuto e pungente dell’ironia
fosse apprezzatissimo dal pubblico dell’epoca. Pergolesi,
forse senza saperlo, aveva creato un nuovo modello, una perla
di comicità, destinata a rimanere immortale e ad essere
indicata come la vera nascita dell’opera comica; un’opera
alla quale faranno riferimento i maestri della seconda metà del ‘700
e che culminerà nei grandi lavori rossiniani.
La serva padrona
I due intermezzi, nati sul libretto di G.A. Federico, sono pervasi
da un irresistibile gioco dialettico tra i due personaggi principali,
perfettamente disegnati, il basso Uberto, vecchio scapolo incallito
ed il soprano Serpina, serva capricciosa e dispotica. Nel mezzo,
strumento nelle mani di Serpina, sta il secondo servo, spassosa
figura mimica, Vespone.
La partitura musicale annuncia un linguaggio fedele al mondo
reale pur rimanendo aderente alla bellezza, che Diderot e Rousseau
definirono la via più breve per “dire il vero”.
Il lavoro si sviluppa nel tradizionale schema settecentesco recitativo/aria:
in un’atmosfera di continuo battibecco Uberto è da
sempre soggiogato dalla combattiva Serpina. Egli ha un debole
per la servetta, che ne approfitta spadroneggiando nella casa,
e decide così di ristabilire gli equilibri domestici dichiarando
di volersi sposare. Per tutta risposta la comare, d’accordo
con il fido Vespone annuncia il suo matrimonio con il fantomatico
Capitan Tempesta. L’angoscia che Uberto prova nel cuore
a tale annuncio è sintomo del suo amore, e quando Vespone,
travestito da Tempesta, lo metterà di fronte alla scelta,
capitolerà sposando Serpina: che da serva diventò padrona.
(meditate signorine, meditate..)
Umberto Zanobetti
(Fonte L'opinione)
© Umberto Zanobetti
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