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Umberto Zanobetti

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Del verismo
Ancora si disserta se l’opera di Puccini sia appartenuta o meno al verismo musicale, molte ed opposte le posizioni di critici e musicologi: dalla negazione categorica e totale si sfuma all’appartenenza per “certi versi”, all’influenza nello stile del canto; altri ne individuano tracce solo in alcuni lavori, tra tutte emerge sempre Tosca, passando dal certamente verista sino a divenire apice del verismo, addirittura il suo superamento.
Ritengo che Puccini, perse le tracce realiste che contraddistinguono opere come I pagliacci o Cavalleria rusticana, creando contesti di straordinaria originalità come nella Bohème ed in Turandot, possa riconoscersi verista per l’eterogeneità degli elementi musicali, l’uso delle sequenze cromatiche di chiaro stile wagneriano, l’esplosione delle emozioni, in particolar modo negli incontri e nei duetti amorosi che abbondano di struggente melodia, nello stile del canto, nella compattezza orchestrale ed infine nella ricerca di continue novità espressive che hanno caratterizzato tutta la sua opera.

Puccini e Manon
La Manon Lescaut è stata l’opera che ha decretato il primo successo di Giacomo Puccini collocandosi tra le migliori opere di “fin de siècle”, suo terzo lavoro che si colloca prima del famosissimo trio Bohème , Tosca e Madama Butterfly.
La creazione di questo dramma lirico in quattro atti è stata caotica e contrastata, rimaneggiata da molti librettisti: Ruggero Leoncavallo, all’epoca ancor più librettista che compositore, il drammaturgo Marco Praga, Illica e Giocosa, indimenticabili compositori del memorabile trio pucciniano, addirittura Giulio Ricordi e lo stesso Puccini. Così tanti che nessuno ha chiesto la paternità di un libretto composto da troppe mani. Criticata per l’accentuata eterogeneità, in effetti la trama dei singoli atti si caratterizza per ambientazioni poco lineari e per stili musicali sempre diversi, è opera che abbonda di scene veramente belle, arie stupende e che realizza la prima delle eroine, gentili, sognanti e dolorose che caratterizzeranno la sublime visione poetica del grande maestro. E' necessario sottolineare che la bellissima aria “Donna non vidi mai” e stata la rielaborazione di una scena drammatica composta da Puccini per gli esami di diploma al Conservatorio di Milano, su un testo di Felice Romani, il librettista che ha caratterizzato l’opera di Vincenzo Bellini. Manon è la prima eroina pucciniana che conquista il successo del grande pubblico. In lei troviamo la traccie indiscutibili della passionalità, dell’entusiasmo, dell’ideale amoroso che troveremo successivamente disegnate magistralmente in Mimì, in Cho Cho San, in Tosca e nell’indimenticabile Liù. Donne innamorate destinate alla sofferenza ed alla morte.
Il maestro incide inoltre alcuni fondamentali caratteri stilistici che ritroveremo nei suoi più grandi lavori: l’opera infatti ha una scrittura orchestrale densa, romantica, con decise tracce sinfoniche, mentre il canto tende a slanci acuti e melodici, tipici della corrente verista.
L’intuito drammatico emerge già deciso, con repentini ribaltamenti delle aspettative espressive tradizionali, con un’incredibile varietà stilistica, come affermazione entusiasta della grandezza infinita dell’amore.

Musica e parole
Il primo atto dove prende sviluppo tutta la vicenda è sicuramente il più bello, la musica circonda l’azione con vivaci spunti orchestrali; ambientato nella 2° metà XVIII secolo in una locanda ad Amiens vede il cavaliere Des Grieux che canta lusingando le contadine (“tra voi belle”), qui incontrerà Manon, e se ne innamorerà perdutamente. Nel culmine del momento lirico la bellissima aria “Donna, non vidi mai”.
Il secondo atto, vede Manon nella ricca casa del vecchio Geronte, ed in una delicata rassegna di madrigali e minuetti l’atmosfera concitata del primo atto è solo un ricordo. Famosa l’aria per soprano “In quelle trine”, notevoli il madrigale “L’ora o Tirsi” ed il duetto del secondo incontro tra Manon e Des Grieux, “Tu amore”. L’intermezzo ed il largo concertato che apre il terzo atto, introducono colori armonici completamente nuovi, e la trama, forse troppo slegata dal resto dell’opera, viene compensata dall’abilità pucciniana di offrirci inedite soluzioni stilistiche che capovolgono la struttura tradizionale del melodramma, fino al culmine nell’aria “No, son pazzo”.
Il quarto atto vede Manon nel deserto della Louisiana allo stremo delle forze, che morente tra le braccia di Des Grieux, canterà “Sola, perduta, abbandonata”.
Indimenticabile la Kiri Te Kanawa che duetta con un passionale Jose Carreras accompagnati dall’orchestra ed il coro del Teatro Comunale di Bologna ( Manon Lescaut, Riccardo Chailly, Edizioni Decca)

Umberto Zanobetti
(Fonte L'opinione)

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