Francesco Cilea
Figura particolare nell’universo verista il
Cilea ha saputo imprimere grande equilibrio e finezza melodica
alle sue opere, un impianto strumentale conciso, sempre garbato,
elegante, con vaghe reminescenze sentimentali, peculiari della
musica francese. Un buon impiego delle voci, legate ad una
liricità più intima, ad un fraseggio romantico
e sfumato.
Autore di cinque opere, a grande torto scarsamente rappresentate,
ricordiamo Gloria e L’Arlesiana,
difficilmente reperibili nel mercato discografico e, sicuramente
la più famosa, Adriana Lecouvreur.
Adriana
Scritta a Firenze nel 1902, durante alcuni anni di insegnamento
nella nostra città del maestro calabrese, si divide
in quattro atti su libretto di Arturo Colautti, ed è
tratta dalla commedia omonima di Scribe e Legouvè.
La protagonista, personaggio realmente vissuto, fu famosa
attrice di teatro, interprete di Voltaire e Racine.
Opera di elegante musicalità teatrale, possiede venature
malinconiche di grande effetto, raccontando un amore sfortunato,
che vedrà la morte di Adriana, vittima di intrighi
e gelosie in una Francia nobiliare del 1730, tra le braccia
dell’amato Maurizio, conte di Sassonia.
Tra le arie più belle ricordiamo Io son l’umile
ancella, La dolcissima effige, Acerba voluttà, Poveri
fiori ed il bellissimo balletto del terzo atto Il giudizio
di Paride.
Suggerisco l’ascolto di una versione del 1962, con una
meravigliosa Renata Tebaldi accompagnata da Mario Del Monaco,
i cui potenti registri tenorili ci offrono un Maurizio intenso
e passionale.
(Adriana Lecouvreur – Franco Capuana –edizioni
Decca)
Renata Tebaldi
Seppe fondere lo stile romantico e poetico della tradizione
ottocentesca ai registri acuti e drammatici tipici del verismo
italiano. A lei, che ci ha insegnato la sua struggente umiltà,
i versi dell’aria “Io son l’umile ancella”,
che tanto si sposano alla sua filosofia di vita:
… Io son l’umile ancella
del Genio creator,
ei m’offre la favella,
io la diffondo ai cor.
Del verso son l’accento,
l’ eco del dramma uman,
il fragile strumento
vassallo della man.
Mite, gioconda, atroce,
mi chiamo Fedeltà:
un soffio è la mia voce
che al novo dì morrà.
Umberto Zanobetti
(Fonte L'opinione)
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© Umberto Zanobetti
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